L'iperico, conosciuto in latino come Hypericum perforatum, cresce spontaneo nelle colline della Toscana almeno dal Medioevo. Chi cosa è questa pianta: un'erba selvatica con fiori gialli e steli sottili che resistono persino alla siccità estiva. Dove si trova: lungo i pendii assolati, tra le pietre calcaree, dai 300 ai 1200 metri di quota. Quando fiorisce: da giugno ad agosto, quando il sole toscano è più intenso. Perché i contadini la cercavano: perché la tradizione popolare ne tramandava proprietà considerate preziose, e i monaci la coltivavano negli orti dei monasteri.
Nel Medioevo, i monaci benedettini e francescani che abitavano i conventi sparsi per la Toscana conobbero bene l'iperico. Lo chiamavano erba di san Giovanni perché iniziava a fiorire intorno al 24 giugno, festa del santo patrono. In quegli orti monastici, dove la medicina moderna non esisteva e la sopravvivenza dipendeva da quello che la terra offriva, l'iperico aveva un ruolo preciso: veniva essiccato, conservato e utilizzato nei periodi difficili.
Il nome scientifico Hypericum perforatum rivela un dettaglio che incuriosisce ancora i botanici. Se osservi una foglia di iperico in controluce, noti tanti piccoli puntini traslucidi: sono ghiandole oleifere che producono sostanze aromatiche. I botanici rinascimentali li notarono e pensarono fossero piccoli fori. Per questo aggiunsero la parola "perforatum", che significa bucherellato. Non era un errore, ma l'osservazione attenta di chi studiava le piante con gli strumenti che aveva a disposizione.
Tra il Cinquecento e il Seicento, l'iperico iniziò a circolare nei mercati italiani con sempre più frequenza. Non viaggiava come una rarità esotica proveniente da lontani continenti, come faceva la vaniglia o la cannella. L'iperico era locale, disponibile, e proprio per questo prezioso. I mercanti toscani lo includevano nei loro carichi insieme a altre erbe secche, insieme alla salvia e al timo. Dalla Toscana arrivava fino ai porti di Livorno, da dove partiva verso Genova, Venezia e il nord Europa.
La vera gloria dell'iperico però non arrivò dal commercio medievale, ma molto più tardi, nel ventesimo secolo. Negli anni Novanta, quando la medicina botanica tornò alla moda in Europa, gli studi scientifici iniziarono a interessarsi seriamente a questa pianta toscana. Nel 1996 e negli anni seguenti, la ricerca internazionale dedicò attenzione al principio attivo principale dell'iperico. Questo non significa che gli studi confermassero le leggende medievali, ma che la pianta aveva effettivamente qualcosa da dire al metodo scientifico.
Oggi in Toscana, chiunque cammini lungo i sentieri delle colline, specialmente nelle zone del Chianti, della Val d'Orcia e delle Crete Senesi, incontra ancora l'iperico che cresce spontaneo. Cresce dove altri non osano: nei pascoli abbandonati, tra i muri a secco, lungo le strade bianche. È una pianta testarda, che non richiede acqua regolare, che preferisce il sole al riparo dell'ombra. Per questo motivo è diventata un simbolo non detto della resilienza toscana: la capacità di prosperare anche in condizioni difficili.
Coltivare iperico in giardino
Portare l'iperico nel proprio giardino significa ripetere un gesto che i monaci toscani compivano cinquecento anni fa. La pianta ama i luoghi assolati e non teme il freddo invernale. Cresce su qualsiasi tipo di suolo, anche se preferisce terreni ben drenati, perché l'umidità eccessiva la rovina.
La moltiplicazione avviene per semina in primavera oppure per divisione dei cespugli in autunno. Non richiede concimazioni né interventi particolari. Una volta attecchita, supera gli anni asciutti e produce fiori ogni estate. Chi volesse essiccare i fiori e gli steli, come facevano i contadini toscani, dovrebbe raccogliere la pianta al mattino, quando l'aria è ancora fresca, e appenderla in un luogo ventilato.
Nel vaso del giardiniere contemporaneo, o nel solco della piccola aiuola in balcone, l'iperico continua a raccontare la storia delle colline toscane. Non è una pianta rara da catalogo, non è una scoperta di botanici vittoriani che l'hanno strappata a regioni esotiche. È una pianta che ha abitato l'Italia, che ha visto passare le stagioni dalle mura dei monasteri, che i contadini toscani conoscevano per nome.
L'iperico rimane quello che era quando i mercanti lo imballavano a Livorno. Una pianta ordinaria e straordinaria insieme. Ordinaria perché cresce dove nessuno la pianta, straordinaria perché ha attraversato il Medioevo, il Rinascimento e arriva fino a noi con una storia viva nelle sue foglie bucherellate.
