Lungo le sponde dei fiumi europei, nei parchi delle dimore storiche, vicino ai cimiteri e ai piccoli laghi dei giardini privati, il salice piangente si riconosce subito. Non per l'altezza, che è considerevole, ma per quella cascata di rami sottili che pendono verso il basso come se la pianta stessa fosse in lutto, come se portasse il peso invisibile di mille sofferenze. Eppure, quando si scorge questa forma dolce e ricurva contro il cielo, è difficile immaginare che non sempre il salice sia stato il simbolo malinconico che conosciamo oggi. La sua storia è un viaggio affascinante che attraversa continenti, epoche e il modo stesso in cui l'Europa occidentale ha imparato a riconoscere la tristezza.

Un albero giunto dall'Oriente

Il salice piangente non è europeo. Il suo nome scientifico è Salix babylonica, e la sua vera patria è la Cina, dove la forma pendula era apprezzata da secoli nei giardini imperiali e nei paesaggi dipinti; l'albero che si vede più spesso nei parchi europei è peraltro un ibrido, Salix × sepulcralis, incrocio fra questa specie e il nostro salice bianco.

Quel "babylonica", però, è un errore, e per giunta illustre. Fu Linneo a coniarlo, convinto che questo fosse l'albero del Salmo 137, quello a cui gli ebrei deportati appesero le loro cetre lungo i fiumi di Babilonia. Ma l'albero del salmo, secondo gli studiosi, era con ogni probabilità un pioppo, il Populus euphratica delle rive mesopotamiche, e il salice piangente non è mai stato babilonese: viene dall'altra parte dell'Asia. Il nome resta, come resta quello del ginkgo, a ricordare che la nomenclatura botanica conserva anche gli abbagli dei suoi fondatori. Non sappiamo con precisione quando i primi salici piangenti giunsero in Europa, ma sappiamo che già nel Settecento erano presenti nei giardini inglesi più raffinati, considerati piante di grande pregio e rarità, destinate solo ai possidenti di denaro e cultura botanica.

Dal gusto estetico al significato simbolico

Quello che accadde in Europa fu una trasformazione profonda del significato di questa pianta. I pittori romantici del Settecento e dell'Ottocento scoprirono in quella forma pendente l'espressione visiva perfetta della melanconia e del dolore. Il ramo che pende verso l'acqua divenne un'immagine ricorrente nella letteratura e nell'arte europea: il salice piangente non era più semplicemente un albero dal portamento elegante, ma era divenuto la metafora vivente della pena, della perdita, della morte stessa. Nei cimiteri europei, specialmente in Inghilterra e poi in America, il salice piangente iniziò a essere piantato accanto alle sepolture. Era come se la natura stessa volesse piangere per i defunti, come se l'albero incarnasse il cordoglio che gli uomini dovevano portare in silenzio.

La forma che tutto spiega

Quello che rende il salice piangente così riconoscibile è una particolarità del suo comportamento, non un cedimento passivo dei rami. In tutti gli alberi i germogli crescono contro la forza di gravità, orientandosi verso l'alto grazie a un meccanismo di percezione interno; nel salice piangente quel meccanismo è alterato da una mutazione genetica, e i rami crescono attivamente verso il basso. Non pendono perché sono pesanti: pendono perché è la direzione in cui hanno deciso di allungarsi. Le foglie sono lunghe, strette e pendule, e in controluce mostrano la pagina inferiore biancastra che dà alla chioma quel riflesso argenteo. In primavera produce i caratteristici amenti, quelle infiorescenze a forma di cilindro che rilasciano il polline. Cresce rapidamente e ama i terreni umidi, spesso lungo i corsi d'acqua dove le sue radici trovano costante nutrimento. Ma è proprio questa affinità con l'acqua che ha consolidato nell'immaginazione europea il legame tra il salice e il lutto: l'acqua stessa, dai fiumi ai laghi delle leggende, è da sempre simbolo di melanconia e transitorietà nella cultura occidentale.

Una credenza che resiste ancora oggi

Esiste una credenza diffusa che il salice piangente sia intrinsecamente triste, che la sua forma pendente sia naturalmente espressione di dolore. In realtà la forma pendente non è né un sentimento né un adattamento: non le si conosce alcuna funzione utile alla pianta, ed è semplicemente una mutazione comparsa e poi conservata in coltivazione perché piaceva all'occhio umano. I salici piangenti dei nostri parchi discendono tutti, per talea, da individui selezionati dall'uomo proprio per quel difetto di postura. Quello che accadde, invece, è che l'Europa romantica proiettò su questo albero i propri significati, le proprie emozioni, trasformando una semplice caratteristica botanica in un linguaggio visivo universalmente comprensibile. Il salice piangente non è triste perché ha i rami penduli: i suoi rami pendono perché è biologicamente così, e noi abbiamo deciso che questo aspetto rappresentasse la tristezza. È una meravigliosa lezione su come il significato non sia mai puramente naturale, ma sempre costruito dall'uomo e dal tempo.

Oggi, quando passiamo accanto a un salice piangente e ci fermiamo a osservare quella cascata di rami, continua a vivere in noi una memoria plurisecolare. Continuiamo a vedervi la malinconia che i poeti romantici vi hanno impresso, il lutto che i cimiteri vittoriani vi hanno attribuito, la tristezza che le tele dipinte ci hanno insegnato a riconoscere. Eppure, in quel medesimo istante, l'albero continua semplicemente a essere quello che è: una pianta meravigliosa, forte e vitale, che cresce verso il basso senza chiedere alcun permesso alla nostra interpretazione. Lungo il margine di uno stagno o sulla riva di un fiume, il salice piangente rimane il testimone silenzioso di come la natura e la cultura umana si intreccino in modi che nemmeno i botanici possono completamente spiegare.

Due cose vanno però dette a chi pensasse di piantarne uno, perché è un albero che si regala con leggerezza e si rimpiange con lentezza. La prima riguarda le radici: sono superficiali, espansive e letteralmente attratte dall'acqua, al punto che si infilano nelle fessure di fognature, pozzi neri e tubazioni interrate e le occupano fino a ostruirle, e sollevano pavimentazioni e muretti. La distanza di sicurezza da una casa o da una condotta non è di qualche metro, è di quindici o venti. La seconda riguarda la longevità: il salice cresce in fretta ma ha legno tenero, si spacca con il vento e la neve, e raramente supera i cinquant'anni. È un albero da parco e da riva, non da giardinetto, e in vaso non ha alcun senso.

Un'ultima nota, che di questo genere è forse il lascito più importante. Dalla corteccia dei salici si ricava la salicina, il principio che gli antichi conoscevano per masticazione contro febbre e dolori, e che nell'Ottocento, isolata e poi modificata chimicamente, ha portato all'acido acetilsalicilico, cioè all'aspirina. Il nome stesso del farmaco viene da lì. Fra tutti i significati che l'Europa ha proiettato sul salice, questo è l'unico che l'albero possedeva davvero.