Se osserviamo oggi un alloro nel nostro giardino, vediamo semplicemente una pianta dal fogliame brillante e aromatico. Ma non è sempre stato così. Per le civiltà antiche, l'alloro (Laurus nobilis) era ben più che una semplice aromatica: era il custode di significati che toccavano il divino, il potere, la gloria stessa. Una pianta che ha scritto pagine della nostra storia senza che lo sapessimo.
Il mito e l'origine del culto
Nella mitologia greca, l'alloro era sacro ad Apollo, il dio della profezia, della musica e del sole. Secondo il racconto più noto, la ninfa Dafne fu trasformata in alloro per sfuggire all'inseguimento dello stesso Apollo. Da quel momento, la pianta divenne simbolo di purificazione e virtù, strettamente legata al culto apollineo. I Greci associavano l'alloro alla sapienza e alla vittoria: i vincitori dei Giochi Pitici, le competizioni atletiche e musicali dedicate ad Apollo, ricevevano corone di rami d'alloro come riconoscimento supremo. Non era una decorazione, ma un attestato divino del merito.
L'alloro nell'antica Roma: il simbolo del potere
Furono però i Romani a trasformare l'alloro nel simbolo più riconoscibile del potere. La pianta divenne inseparabile dalle cerimonie di trionfo: i generali vittoriosi, al rientro da campagne militari di grande rilievo, venivano coronati di alloro mentre sfilavano per Roma in processione. Non si trattava di una semplice ornamentazione. La corona d'alloro rappresentava l'approvazione del Senato, il riconoscimento ufficiale della virtus del condottiero, quel concetto romano di eccellenza e valore che andava oltre il semplice successo militare. Gli imperatori stessi, nei loro ritratti e nelle loro rappresentazioni ufficiali, indossavano la corona d'alloro come simbolo di autorità legittima. Augusto, il primo imperatore, venne raffigurato ripetutamente con questo simbolo, saldando così il legame tra la pianta e il massimo potere dello Stato.
Una pianta dalle proprietà insospettate
Ma l'alloro non era scelto dai Greci e dai Romani soltanto per il suo significato simbolico. Le sue foglie possiedono proprietà reali che gli antichi conoscevano bene. L'olio essenziale contenuto nelle foglie ha effetti antisettici e antinfiammatori; il profumo intenso e penetrante era ritenuto purificante. Negli ambienti pubblici e nei templi, venivano bruciate foglie d'alloro per disinfettare l'aria. I medici greci e romani lo utilizzavano in preparazioni per alleviare disturbi digestivi e reumatici. Quella che oggi consideriamo una virtù culinaria della pianta era allora parte di un sapere medico ben strutturato. Su quanto di quel sapere reggesse davvero conviene però essere prudenti: bruciare foglie non disinfetta un ambiente, e molte delle proprietà attribuite all'alloro erano simboliche. Resta il fatto che il suo olio essenziale contiene composti con attività antimicrobica misurabile, e che una pianta dall'odore forte e persistente veniva percepita, non senza qualche ragione, come capace di tenere lontano il marcio.
Il nome che racconta tutto
Il nome scientifico della pianta, Laurus nobilis, rivela quanto i Romani ne stimassero la dignità. L'aggettivo latino "nobilis" significa proprio "nobile", "di rango elevato", "illustre". Non è un caso che abbiano scelto questo epiteto. Il botanico svedese Carlo Linneo, nel diciottesimo secolo, quando creò la nomenclatura binomiale moderna, mantenne questa memoria storica incorporandola nel nome stesso della specie. Ogni volta che pronunciamo Laurus nobilis stiamo di fatto ripetendo un giudizio di valore che risale a due millenni fa.
Un avvertimento che vale più di ogni simbolo
C'è una cosa da sapere prima di raccogliere foglie di alloro per la cucina, e riguarda un sosia pericoloso. Il lauroceraso (Prunus laurocerasus) è una delle siepi più diffuse nei giardini e nei condomìni italiani, e le sue foglie somigliano parecchio a quelle dell'alloro: verdi, lucide, coriacee, di forma simile. Ma non è alloro, non è nemmeno un suo parente, e contiene glicosidi cianogenetici: le foglie, se masticate o messe a cuocere, liberano acido cianidrico, e sono documentati casi di intossicazione in persone che le avevano scambiate per alloro.
Distinguerli è facile, una volta che si sa cosa guardare. La foglia di alloro, stropicciata fra le dita, emette subito il profumo che tutti riconosciamo; quella di lauroceraso ha un vago odore di mandorla amara, ed è proprio quello il segnale d'allarme. L'alloro ha inoltre il margine leggermente ondulato e la nervatura centrale in rilievo, mentre la foglia di lauroceraso è più grande, più spessa e finemente dentellata sul bordo. Nel dubbio la regola è una sola: non si raccoglie.
Un'ultima nota pratica sull'alloro vero: le foglie non si mangiano. Restano rigide anche dopo ore di cottura, hanno bordi taglienti e vanno tolte dal piatto prima di servire, soprattutto se a tavola ci sono bambini.
Un'eredità che attraversa i secoli
Nel corso del Medioevo e del Rinascimento, l'alloro mantenne il suo prestigio nelle corti europee come simbolo di eccellenza letteraria e artistica. I poeti coronati, figura che ebbe grande rilievo soprattutto in Italia, ricevevano una corona di alloro come riconoscimento pubblico del loro valore. Dante ne evoca il desiderio nei suoi scritti senza mai ottenerla; Francesco Petrarca sì, incoronato in Campidoglio nel 1341 in una cerimonia costruita apposta sul modello romano. Da lì viene anche la parola con cui ancora oggi si esce dall'università: laureato, cioè cinto d'alloro. L'uso decorativo e cerimoniale persiste ancora oggi: nei contesti formali europei, nonostante secoli di trasformazioni culturali, la corona d'alloro rimane un simbolo di merito riconosciuto.
Oggi, quando coltiviamo un alloro nel nostro giardino, raramente pensiamo a quanta storia è racchiusa in quelle foglie lucide e aromatiche. Eppure, ogni volta che stacchiamo una foglia per profumarne un piatto, stiamo toccando una pianta che ha accompagnato il corso della civiltà occidentale, trasformandosi da oggetto divino in simbolo di potere, quindi in medicina, infine in compagna quotidiana della nostra cucina. È una delle rare piante che ha mantenuto il suo nome e il suo significato sostanziale per più di duemila anni. Non è poco. È la traccia viva di una continuità che ci connette direttamente agli antichi.