Quando osserviamo un nasturzio in fiore sul nostro balcone, spesso non immaginiamo che quella pianta è il risultato di un lungo viaggio attraverso continenti e secoli. I fiori dai colori vivaci che oggi coltiviamo con semplicità nelle nostre case provengono da terre molto lontane, da ambienti naturali completamente diversi da quelli europei. Il nasturzio porta con sé la storia delle esplorazioni, delle scoperte botaniche e dell'incontro tra il vecchio e il nuovo mondo.

Un fiore del Sud America

Il nasturzio, il cui nome scientifico è Tropaeolum, è originario dell'America meridionale e centrale, in particolare dalle regioni andine del Perù e della Colombia. In queste aree geografiche, la pianta cresce naturalmente in ambienti montani, dove trova le condizioni di temperatura e umidità che caratterizzano le sue origini. Il genere Tropaeolum comprende diverse specie, ma quella che oggi conosciamo nei nostri giardini come nasturzio comune è principalmente la Tropaeolum majus, selezionata e coltivata nel corso dei secoli per sviluppare le varietà ornamentali che coltiviamo oggi.

L'arrivo in Europa con gli esploratori spagnoli

Qui conviene distinguere due arrivi, perché vengono spesso confusi in uno solo. La prima specie a raggiungere la Spagna, nel Cinquecento, fu il Tropaeolum minus, il nasturzio minore, descritto dal medico sivigliano Nicolás Monardes fra le curiosità vegetali delle Indie. Il nasturzio che coltiviamo oggi, il Tropaeolum majus, arrivò invece molto più tardi, verso la fine del Seicento, sempre dal Perù, e fu lui a soppiantare rapidamente il primo nei giardini europei per via dei fiori più grandi e del portamento più generoso. Da lì, il nasturzio iniziò a diffondersi lentamente negli orti e nei giardini degli altri paesi europei, soprattutto nei circoli colti e nei giardini botanici di Francia e Italia. La viabilità commerciale delle rotte oceaniche rese possibile il trasporto di semi e piante vive, anche se il viaggio restava lungo e incerto.

Il nome racconta un'altra storia

Il nome comune italiano, nasturzio, proviene dal latino nasturtium, termine che in origine indicava un'altra pianta, il crescione. La somiglianza che portò a quel nome non era però visiva, era gustativa: crescione e nasturzio hanno lo stesso sapore pungente, che sale al naso, perché contengono la stessa classe di composti solforati, i glucosinolati, presenti anche nella senape e nel rafano. E nasturtium, in latino, significa letteralmente "torci-naso", da nasus e torquere: gli antichi avevano descritto la sensazione, non l'aspetto.

Il nome scientifico Tropaeolum, invece, lo dobbiamo a Linneo e deriva dal greco tropaion, il trofeo che i greci erigevano sul campo di battaglia appendendo a un palo le armi del nemico sconfitto. Linneo vide nella pianta l'immagine completa di quel trofeo: le foglie tonde e appiattite erano gli scudi, i fiori rossi e arancioni gli elmi macchiati di sangue.

Una curiosità sorprendente: tutte le parti sono commestibili

Ciò che molti coltivatori del nasturzio ignorano è che questa pianta non è solo ornamentale. Nelle sue terre di origine, il nasturzio era coltivato come pianta alimentare oltre che decorativa. I fiori, le foglie e persino i semi non ancora maturi sono commestibili e mantengono un sapore leggermente piccante, dovuto alla presenza di composti solforati. In alcuni paesi sudamericani, il nasturzio è ancora utilizzato in cucina tradizionale. Anche in Europa, durante i secoli passati, la pianta venne apprezzata sia per l'aspetto estetico che per le proprietà culinarie, soprattutto nei giardini dei monasteri dove si coltivavano erbe con funzioni medicinali e alimentari. I fiori danno un tocco piccante alle insalate, le foglie giovani si usano come il crescione, e i semi ancora verdi, raccolti prima che induriscano e messi sotto aceto, sono i cosiddetti capperi dei poveri, che al palato ingannano davvero.

Due cose valgono la pena di essere sapute da chi lo coltiva. La prima: il nasturzio fiorisce male nei terreni ricchi. Concimato o messo in terriccio grasso produce una massa di foglie splendide e quasi nessun fiore, mentre in un substrato povero e magro si copre di corolle — è una delle poche piante che vanno volutamente trascurate. La seconda: gli afidi lo adorano, al punto che nell'orto lo si semina apposta accanto alle colture da proteggere come pianta esca, perché li attira su di sé lasciando in pace il resto.

Come la pianta si adattò ai climi europei

Nonostante le origini in ambienti montani tropicali, il nasturzio si rivelò straordinariamente adattabile al clima europeo. In Europa è stato generalmente coltivato come pianta annuale nei climi temperati, sebbene in origine fosse una pianta perenne nelle Ande. Questa capacità di adattamento rese il nasturzio una scelta perfetta per i giardini europei, poiché non richiedeva cure eccessivamente complicate e tollerava bene sia i vasi che le aiuole all'aperto. Nel corso dei secoli, gli orticoltori europei svilupparono numerose varietà selezionate per colore, forma e vigore, trasformando il nasturzio selvatico sudamericano in una pianta completamente diversa da quella originaria.

Oggi, quando piantiamo i semi di nasturzio in primavera e osserviamo le prime foglie rotonde spuntare dal terreno, partecipiamo a una tradizione che risale a cinque secoli fa. Quella pianta che cresce sul nostro balcone o nell'aiuola del giardino è il frutto di un viaggio straordinario: ha attraversato oceani, si è adattata a nuovi climi, ha nutrito i giardini di giardinieri colti e ha mantenuto intatta la sua capacità di sorprendere con fiori brillanti e foglie rigogliose. Il nasturzio rimane un testimone verde di quell'epoca d'oro delle scoperte geografiche e botaniche, un legame vivo tra il Sudamerica e i nostri spazi verdi domestici.