Chi coltiva pomodori ciliegini nel proprio orto o in vaso non immagina che sta curando una pianta con una biografia straordinaria: quattro continenti, cinquecento anni, le corti reali europee, il sospetto e poi la certezza che non fosse velenosa. Il pomodoro ciliegino che oggi raccogliamo in estate non è nato in Italia, come molti credono, ma in America. E vale la pena essere precisi, perché la storia del ciliegino è più interessante di quella del pomodoro in generale: l'antenato selvatico della specie è andino, cresce ancora spontaneo fra Perù ed Ecuador, mentre la domesticazione avvenne più a nord, in Mesoamerica. Fra i due estremi sta proprio il pomodorino a grappolo, il Solanum lycopersicum var. cerasiforme, la forma intermedia da cui derivano tutti i pomodori coltivati: il ciliegino, insomma, non è una miniatura ottenuta rimpicciolendo il pomodoro grande, è semmai il pomodoro grande a essere una versione ingrandita di lui. Appartiene alla specie botanica Solanum lycopersicum, esattamente come i suoi fratelli maggiori, i pomodori da sugo e da insalata.
Un frutto dell'America centrale, non dell'Italia
La storia del pomodoro ciliegino inizia in Mesoamerica, dove le civiltà precolombiane, fra cui gli Aztechi, coltivavano e consumavano già pomodori selvatici e poi domesticati da migliaia di anni. Non erano i ciliegini che conosciamo oggi: erano frutti più piccoli e di forme variate, alcuni davvero minuscoli. I nomi originari variavano secondo la lingua locale, e dal nahuatl tomatl derivano lo spagnolo tomate, il francese tomate e l'inglese tomato. L'italiano fa eccezione: «pomodoro» non viene dal nahuatl ma da «pomo d'oro», il nome che gli venne dato in Toscana nel Cinquecento per il colore giallo dei primi frutti arrivati in Europa. Gli Aztechi lo chiamavano anche xitomatl, combinando i concetti di ombelico e frutto.
L'arrivo in Europa e la diffidenza iniziale
Quando i conquistatori spagnoli arrivarono in America centrale all'inizio del Cinquecento, scoprirono il pomodoro e lo riportarono in Spagna intorno agli anni 1520 e 1530. La pianta si diffuse poi in Italia, Portogallo e nel resto dell'Europa, ma con una mancanza totale di entusiasmo culinario. Per quasi due secoli il pomodoro rimase una pianta ornamentale, coltivata negli orti botanici e nelle corti reali per la bellezza dei suoi frutti colorati. Molti europei consideravano tossico il frutto, e in questo si sbagliavano, ma il sospetto non era del tutto campato in aria: la pianta appartiene alla famiglia delle Solanacee, come la belladonna e lo stramonio, e le sue foglie e i suoi fusti contengono davvero alcaloidi tossici. È il frutto maturo a non averne. I ricchi lo usavano come decorazione dei giardini; i poveri lo ignoravano completamente.
Come divenne il pomodoro che mangiamo oggi
La trasformazione del pomodoro da curiosità botanica a ingrediente fondamentale della cucina europea avvenne lentamente fra il Seicento e il Settecento, soprattutto nel Sud Italia e in Spagna. Fu nei territori della Campania, particolarmente attorno a Napoli, che il pomodoro trovò il terreno culturale e climatico giusto per diventare un elemento centrale della dieta. Il ciliegino, grazie alle sue dimensioni ridotte e al sapore dolce, si prestava bene alle conserve e alle preparazioni domestiche. Dal Settecento in poi, con la diffusione della coltivazione in pieno campo, il pomodoro divenne quella pianta popolare che tutti riconosciamo. Nell'arco di un secolo, fra la metà del Settecento e la metà dell'Ottocento, il pomodoro passò nel Sud Italia da presenza quasi inesistente a ingrediente quotidiano.
Perché si chiama ciliegino: il nome racconta una storia
Il nome ciliegino non è casuale: deriva dalla rassomiglianza con le ciliegie, sia per la forma tonda sia per le dimensioni. È una denominazione popolare italiana, nata dall'uso e non da un atto botanico. Le varietà selezionate e coltivate preferibilmente nel Meridione, specialmente in Campania, tendevano ad avere frutti sempre più piccoli e dolci rispetto ai pomodori medi, e il nome di ciliegino iniziò a identificare questa tipologia di frutto. La botanica moderna, tuttavia, non riconosce una specie autonoma: il ciliegino resta Solanum lycopersicum, come il San Marzano e il Pachino, differenziato solo per caratteristiche agronomiche e organolettiche, non genetiche.
Una credenza da correggere, ma solo a metà
Molti credono che il pomodoro ciliegino sia una creazione da laboratorio degli ultimi decenni. Come tipologia non lo è affatto: i pomodorini a grappolo esistono da sempre, e sono anzi la forma più antica. Va detto però che gran parte dei ciliegini che si comprano oggi al supermercato sono ibridi F1 selezionati a partire dagli anni Ottanta, spesso in Israele e in Olanda, scelti per dolcezza, resa e tenuta sul banco. La forma è antica; molte delle varietà commerciali sono recenti. I ciliegini derivano da una selezione tradizionale portata avanti da agricoltori e contadini nel corso di secoli: non è selezione naturale, che è quella operata dall'ambiente sulle piante spontanee, ma il risultato di scelte umane ripetute stagione dopo stagione, conservando i semi dei frutti migliori e ripiantandoli. Le caratteristiche di piccole dimensioni, dolcezza del frutto e rusticità della pianta sono state selezionate dai coltivatori campani e pugliesi attraverso il metodo antico di conservare i semi dai migliori esemplari e ripiantarli. Non è scienza genetica moderna, ma vera e propria domesticazione agricola, la stessa che ha trasformato una piccola pianta selvatica americana in migliaia di varietà diverse.
Nel nostro vaso di ciliegini, fra le foglie che si agitano al sole estivo, abita dunque una storia che parte dal Messico azteco e arriva fino a noi. Ogni piccolo frutto rosso che raccogliamo è il testimone di un viaggio durato cinque secoli, di una pianta che ha dovuto conquistarsi fiducia e affetto presso popoli che inizialmente la temevano o la ignoravano. La Mesoamerica non la troviamo negli atlanti dei nostri orti, eppure ogni goccia di dolcezza di un ciliegino estivo la racconta ancora, al di là dell'oceano e del tempo.