Il giardino di Ninfa, situato nel Lazio a poca distanza da Roma, conserva una collezione straordinaria di clematidi che raccontano due secoli di storia botanica europea. Le clematidi, rampicanti appartenenti alla famiglia delle Ranuncolacee, arrivarono in Europa dall'Asia orientale durante l'Ottocento, quando i cacciatori di piante britannici e continentali spingevano i loro viaggi fino alle montagne della Cina occidentale e del Giappone. Nel giardino di Ninfa, oggi gestito dalla Fondazione Caetani, queste piante crescono tra le rovine di quella che fu una città medievale, trasformando la pietra morta in tappeto vivente di fiori.
La storia delle clematidi in Europa è legata ai grandi esploratori botanici del diciannovesimo secolo. Intorno al 1900 Ernest Wilson, che raccoglieva per il vivaio Veitch, spedì in Inghilterra dalla Cina centrale la Clematis montana var. rubens, la varietà che oggi fiorisce di rosa nelle collezioni europee. Dalla stessa spedizione arrivò la Clematis armandii, originaria della Cina centro-occidentale e non del Giappone come si legge spesso: dai vivai inglesi si diffuse nei giardini continentali, incluso quello di Ninfa.
La collezione di Ninfa tra le mura antiche
Nel giardino di Ninfa crescono oggi almeno dodici varietà diverse di clematidi, alcune rare e difficili da trovare altrove in Italia. La scelta di collocare queste rampicanti tra le rovine non era casuale: i fondatori del giardino, la famiglia Caetani all'inizio del Novecento, compresero che le clematidi avevano bisogno di strutture in pietra per arrampicarsi e di ombra parziale alle radici, condizioni che le rovine medievali potevano fornire naturalmente.
La Clematis montana, originaria dell'Himalaya e della Cina occidentale, è forse la più spettacolare. I suoi fiori bianchi con stami gialli ricoprono interi tratti di muro a fine primavera, creando cortine floreali che durano settimane. In Ninfa prospera su murature esposte a nord, dove le radici rimangono fresche anche in estate.
Accanto alla montana cresce la Clematis armandii, sempreverde, che mantiene le foglie anche in inverno. Questa specie, importata dalla Cina all'inizio del Novecento, rappresenta un'eccezione nel mondo delle clematidi, che sono per lo più decidue. I suoi fiori bianco-crema profumano di mandorla amara, un aroma che i giardinieri ottocenteschi consideravano esotico e affascinante.
Quando il collezionismo botanico era una passione aristocratica
La collezione di clematidi di Ninfa riflette il momento storico in cui la botanica divenne moda tra l'aristocrazia europea. Le esplorazioni nelle regioni montane dell'Asia avevano portato in Europa migliaia di specie sconosciute, e i proprietari terrieri competevano per possedere le varietà più rare nei loro giardini.
I Caetani, famiglia aristocratica romana con legami internazionali, accedevano ai cataloghi dei migliori vivai europei. Il vivaio James Veitch di Chelsea, a Londra, era una delle principali fonti di novità botaniche. Da lì provenivano le clematidi che ancora oggi crescono a Ninfa, piante che avevano percorso migliaia di chilometri da regioni come il Tibet e la provincia di Yunnan in Cina.
La scelta di collocare queste piante rare in un giardino consacrato alle rovine aveva un significato ulteriore: il giardino di Ninfa diventava un museo vivente della storia, dove le piante moderne convivevano con i resti del passato.
I nomi che legano l'Italia ai viaggi esotici
La Clematis montana porta un nome che evoca le montagne asiatiche da cui proviene. Il termine "clematis" viene dal greco antico e indicava originariamente piante rampicanti in generale, ma fu applicato a questo genere dagli antichi botanici greci e romani. Il nome scientifico "montana" fu dato perché la specie cresce naturalmente a quote elevate.
Alcuni esemplari di clematidi in Ninfa hanno nomi che raccontano storie di esploratori. La Clematis viticella, che fiorisce dal tardo giugno all'autunno con piccoli fiori viola scuro, porta un nome che in latino significa "piccola vite", per il portamento sarmentoso dei fusti. Va detto che le clematidi non hanno viticci: si arrampicano avvolgendo i piccioli delle foglie attorno a ogni appiglio sottile, e per questo su un muro liscio non salgono senza una rete o un graticcio. Questa specie cresce spontanea in Europa meridionale e nel Caucaso ed è stata una delle prime clematidi ad arrivare in coltivazione.
Come riconoscere le clematidi storiche nel giardino
Le clematidi di Ninfa si riconoscono dal loro portamento rampicante e dai fiori disposti a stella o a campana. La Clematis montana è facilmente identificabile dal rigoglioso fogliame diviso in tre segmenti e dai fiori bianchi portati a gruppi lungo i rami cresciuti l'anno precedente, il che spiega perché una potatura invernale la lasci senza fiori. La viticella si distingue per le dimensioni ridotte del fiore e il colore viola intenso.
Un dettaglio che gli appassionati notano è la posizione dei sepali: nelle clematidi sono i sepali a essere vistosi, mentre i petali veri mancano o si riducono a staminodi. È un carattere di tutto il genere, ibridi orticoli compresi, e serve a distinguere una clematide da altre rampicanti, non le specie storiche dalle cultivar moderne.
L'eredità che vive oggi nei vasi italiani
La collezione di Ninfa ha influenzato la diffusione delle clematidi storiche nei giardini italiani del dopoguerra. Molti dei grandi paesaggisti italiani degli anni Cinquanta e Sessanta visitavano Ninfa, traevano ispirazione e replicavano la scelta delle clematidi nei loro progetti.
Oggi le clematidi di Ninfa rimangono un riferimento per chi desideri coltivare varietà autentiche, non ibride moderne. Le loro esigenze colturali sono diverse da quelle delle clematidi da giardino contemporanee: vogliono ombra e freschezza alle radici, chioma al sole, terreni fertili ma ben drenati, e supporti sottili a cui i piccioli delle foglie possano aggrapparsi.
Visitare Ninfa in maggio, quando la clematide montana esplode in fiori, significa fare un viaggio indietro nel tempo di cent'anni, fino all'epoca in cui i Caetani selezionavano le piante dai cataloghi europei e le piantavano tra le mura di una città fantasma. Quelle piante crescono ancora oggi, trasmettendo attraverso le generazioni il ricordo dei botanici che li cercarono nelle montagne lontane.