Nel corso del Settecento, le rotte commerciali olandesi e francesi che collegavano l'Europa all'Asia portarono in Francia diverse specie di ortensia originarie della Cina e del Giappone. I cacciatori di piante europei, spinti dal desiderio delle corti reali di possedere specie esotiche, iniziarono a selezionare gli esemplari più interessanti e a portarli vivi nei giardini delle residenze nobiliari. Fu in questo contesto che i botanici francesi iniziarono a incrociare consapevolmente le diverse specie asiatiche, dando vita ai primi ibridi macrophylla.

L'ibridazione controllata rappresentava una pratica rivoluzionaria per l'epoca. I giardinieri francesi capirono che combinando specie diverse potevano ottenere fiori più voluminosi, con colorazioni più intense e con una maggiore capacità di adattamento al clima europeo. Gli ibridi macrophylla nacquero dal desiderio di creare piante che fossero al tempo stesso esotiche, affascinanti per lo sguardo, e sufficientemente robuste da sopravvivere al clima temperato del nord Europa.

I genitori asiatici e il loro viaggio in Francia

Le ortensie da giardino discendono da due specie strettamente imparentate, entrambe giapponesi: l'Hydrangea macrophylla, che cresce spontanea sulle coste del Giappone, e l'Hydrangea serrata, la sua parente di montagna, diffusa anche in Corea. Vennero introdotte in Francia sul finire del Settecento, inizialmente come piante da serra nelle collezioni private dei ricchi appassionati di botanica. Il trasporto avveniva lungo le vie marittime controllate dalle compagnie olandesi e francesi, in casse di terra che permettevano alle radici di restare umide durante il lungo viaggio per mare.

Ciò che rese possibile l'ibridazione fu la vicinanza genetica tra queste specie: sebbene provenissero da regioni diverse dell'Asia, erano abbastanza simili da poter incrociarsi naturalmente o tramite impollinazione manuale. Nei giardini delle residenze nobiliari francesi, principalmente intorno a Parigi e nella valle della Loira, i botanici iniziarono a coltivare questi genitori asiatici uno accanto all'altro, osservando con attenzione i risultati della loro ibridazione spontanea.

Una volta ottenuti i primi ibridi fertili, il lavoro divenne sistematico.

La selezione botanica nelle corti francesi

Il lavoro vero, però, arrivò più tardi di quanto il nome "ortensie del Settecento" lasci pensare: l'introduzione è settecentesca, la selezione sistematica è opera dell'Ottocento e le cultivar che ancora coltiviamo nascono a cavallo del Novecento. Furono i vivaisti francesi dell'Ottocento a coltivare migliaia di ibridi, scegliendo di propagare solo quelli che presentavano caratteristiche desiderabili: infiorescenze più grandi a forma di mophead, petali pieni e serrati, colorazioni blu, rosa e bianche più sature rispetto ai genitori asiatici.

Il colore delle ortensie macrophylla dipende dal pH del suolo e dalla disponibilità di alluminio. I coltivatori francesi del Settecento non possedevano ancora questa conoscenza scientifica precisa, ma attraverso l'osservazione ripetuta capirono che modificando il terreno potevano ottenere fiori azzurri o rosa dalla stessa pianta. Questo ritrovamento pratico alimentò ulteriormente l'interesse per la coltivazione e l'ibridazione.

Le varietà più belle e robuste vennero battezzate e propagate per talea, così che le caratteristiche desiderate si trasmettessero fedelmente da una pianta all'altra. Nomi come Madame Émile Mouillère, una varietà bianca dai fiori enormi ancora oggi coltivata, o Générale Vicomtesse de Vibraye, un rosa delicato, vengono entrambi dal vivaio di Émile Mouillère, che li ottenne nel 1909: la prima porta il nome di sua moglie, la seconda quello di una dedicataria. Sono ortensie del Novecento, non del Settecento, e restano fra le più diffuse in commercio.

La diffusione nel resto d'Europa

Durante il diciannovesimo secolo, gli ibridi macrophylla francesi si diffusero negli altri giardini europei. I vivaisti inglesi, olandesi e tedeschi iniziarono a importare piante madri dalla Francia e a proseguire il lavoro di selezione nei loro stessi territori. Ogni regione sviluppò preferenze specifiche: l'Inghilterra prediligeva le tinte rosa e bianche, la Germania favorì le azzurre. Va detto per inciso che le forme dette lacecap, quelle in cui i fiori sterili e vistosi stanno solo sul bordo e circondano i fiorellini fertili al centro, non sono un'invenzione tarda: sono la forma originaria della specie selvatica, ed è semmai la testa tonda e piena, la mophead, a essere il prodotto della selezione.

L'eredità di questo lavoro di selezione settecentesco rimane visibile oggi. Le ortensie macrophylla che acquistiamo dai vivai moderni sono i discendenti diretti di quegli ibridi creati nei giardini francesi. La loro resistenza relativa al freddo e la variabilità del colore secondo il pH del suolo sono caratteristiche stabilizzate fra Ottocento e Novecento. E qui va detta la cosa che più conta nella pratica: le macrophylla classiche formano i boccioli sul legno dell'anno precedente, alla fine dell'estate. Chi le pota a fine inverno, come si fa con le rose, taglia via i fiori dell'anno e poi si chiede perché non fioriscano. Si accorciano solo i fusti sfioriti, subito dopo la fioritura, lasciando intatti i rami giovani.

Cosa rimane di quella storia nei nostri giardini

Ogni ortensia macrophylla che piantiamo in un vaso sul nostro balcone o in aiuola porta con sé una storia di secoli di selezione botanica. Il fascino della loro fioritura, quella esplosione di fiori azzurri, rosa o bianchi che raggiunge il picco a luglio, riflette il gusto estetico delle corti francesi del Settecento e il genio pratico dei loro giardinieri.

Quando notiamo che il colore cambia al variare del terreno, stiamo osservando una cosa che gli ibridatori dell'Ottocento conoscevano per esperienza molto prima che se ne desse una spiegazione chimica: su suolo acido la pianta assorbe alluminio e i fiori virano all'azzurro, su suolo neutro o calcareo l'alluminio resta bloccato e i fiori restano rosa. Il bianco, invece, non cambia mai colore, qualunque cosa si faccia al terreno. La robustezza di queste piante nel clima europeo, molto lontano dalle montagne umide del Giappone, è il risultato di una selezione consapevole compiuta per generazioni dai botanici francesi.

La storia delle ortensie macrophylla francesi insegna che il passato non è uno scenario distante. Vive dentro alle piante che coltivamo. Una singola ortensia in fiore racconta le avventure dei mercanti che navigavano verso l'Asia, la curiosità dei ricchi collezionisti di piante esotiche, e la pazienza dei giardinieri che lavoravano il terreno nei parchi reali per creare la bellezza che ancora oggi godiamo.