Chi passeggia sotto le fronde di un platano nelle piazze di Roma, Milano o Firenze calpesta una storia botanica che risale a secoli di navigazioni, studi e caparbietà umana. Non si tratta di un albero che è semplicemente cresciuto dove lo vediamo oggi: il platano è il risultato di uno straordinario incontro tra piante di continenti diversi, un ibrido naturale che gli uomini hanno imparato a moltiplicare e diffondere come se fosse un tesoro di famiglia. La sua longevità, la maestosità della chioma e la capacità di prosperare in ambienti urbani lo hanno reso il simbolo vivente di una piazza italiana: eppure le sue origini raccontano un viaggio complesso e affascinante.

Quando il platano crebbe tra Oriente e Occidente

Il genere Platanus comprende tre entità che ci interessano: il platano orientale (Platanus orientalis), il platano occidentale o americano (Platanus occidentalis) e il platano comune, che è un ibrido fra i due e si chiama correttamente Platanus × acerifolia, noto anche come Platanus × hispanica. È proprio quest'ultimo, il risultato dell'incrocio tra le due specie, a dominare i viali europei e soprattutto quelli italiani. Il platano orientale ha origine nei Balcani e in Asia Minore, dove cresce spontaneo lungo i corsi d'acqua e raggiunge dimensioni impressionanti. Il platano occidentale, invece, è nativo del Nord America, soprattutto della valle del Mississippi. Le due specie non si sarebbero mai incontrate: fra i loro areali ci sono un oceano e diverse migliaia di chilometri, e in natura l'ibrido non esiste. A metterle una accanto all'altra fu la curiosità dei botanici e dei collezionisti che, a partire dal Seicento, importavano specie esotiche nei giardini europei.

L'ibrido che conquistò l'Europa

Quando il platano americano arrivò nei giardini europei, presumibilmente nel corso del Seicento e del Settecento, si trovò a condividere lo spazio con il cugino orientale. Dagli incroci tra queste due specie nacque il platano ibrido, che ben presto si dimostrò superiore ai genitori: più robusto, più resistente alle malattie, più adatto ai climi variabili e soprattutto più facile da propagare per talea. Fu così che il platano comune divenne la scelta preferita per ornare piazze, viali e giardini pubblici. La sua capacità di tollerare l'inquinamento urbano, la compattazione del terreno e la scarsa disponibilità idrica lo rendeva l'ideale per le città che stavano crescendo durante l'Ottocento e il Novecento. In Italia, il platano divenne quasi un simbolo civico: messo a dimora lungo le strade e i viali di città fin dall'età napoleonica e per tutto l'Ottocento e il Novecento, mantenuto gelosamente nelle piazze dei paesi, curato come un monumento verde.

Un albero costruito dall'uomo

Ciò che rende affascinante la storia del platano è che non nasce dalla scoperta di una pianta selvatica lontana, ma nemmeno da un progetto: nasce da un incidente. Nessun botanico decise di incrociare le due specie. Semplicemente, in qualche orto botanico o giardino europeo del Seicento — le ipotesi più accreditate parlano della Spagna o dell'Inghilterra, e il nome alternativo hispanica ricorda la prima — un platano orientale e un platano americano si trovarono piantati abbastanza vicini da impollinarsi a vicenda, e da quei semi nacque qualcosa di nuovo. Data e luogo esatti restano sconosciuti; certo è che nel Settecento l'ibrido era già coltivato con successo nei giardini francesi e inglesi, dove si moltiplicava per talea e si diffondeva nei vivai. Quello che l'uomo ha fatto consapevolmente non è stato crearlo, ma riconoscerne il valore e propagarlo per due secoli. Il platano così creato possedeva caratteristiche che lo rendevano superiore: la corteccia che si sfoglia naturalmente in cerchi di colore grigio, bianco e marrone gli conferisce una bellezza quasi astratta; le foglie palmate, grandi e profondamente lobate, offrono un'ombra densa e gradevole; la forma naturalmente eretta e maestosa non richiedeva potature drastiche.

Il platano sfata un pregiudizio antico

Sul platano circola una convinzione che è insieme giusta e sbagliata, e vale la pena separare le due cose. È sbagliato dire che sia velenoso: non contiene sostanze tossiche, non ha frutti pericolosi e nessuno si è mai avvelenato toccandolo. È però eccessivo anche l'estremo opposto, cioè che non dia alcun fastidio, perché due fastidi reali li dà.

Il primo è meccanico: le sfere pendule dei frutti, sfaldandosi in primavera, liberano una nuvola di peluria finissima che irrita occhi e vie respiratorie di chiunque, indipendentemente da qualsiasi allergia — è polvere che punge, non veleno. Il secondo è allergologico ed è più serio: il polline di platano è uno dei principali responsabili delle pollinosi primaverili nelle città del bacino mediterraneo, ed è aumentato di importanza proprio perché di platani, nelle nostre strade, ne abbiamo piantati moltissimi. Chi soffre di rinite allergica in marzo e aprile ha buone probabilità di doverne ringraziare, fra gli altri, l'albero sotto casa. Nulla di tutto ciò rende il platano un albero da abbattere, ma spiega perché nelle nuove alberature urbane si tenda oggi a diversificare le specie. Oggi sappiamo che il platano è invece un prezioso alleato della qualità dell'aria: assorbe inquinanti atmosferici, produce ossigeno abbondante e la sua massiccia chioma è un rifugio per uccelli e insetti. Inoltre, la foglia caduca lo rende perfetto per i climi temperati: d'estate regala ombra, d'inverno lascia passare la luce.

C'è però una minaccia molto concreta che pende su questa specie e che chiunque abbia platani in giardino dovrebbe conoscere: il cancro colorato, causato dal fungo Ceratocystis platani. Arrivò in Italia durante la Seconda guerra mondiale, verosimilmente con il legname da imballaggio delle forniture militari americane, e da allora ha ucciso decine di migliaia di platani in Italia e in Francia, dove ha decimato anche i celebri filari lungo il Canal du Midi. Il fungo penetra dalle ferite e viaggia soprattutto sugli attrezzi da potatura non disinfettati e sulle radici che si saldano fra alberi vicini; una volta infettato, l'albero non si cura e va abbattuto. Per questo è soggetto a misure fitosanitarie obbligatorie, le potature vanno evitate quando non strettamente necessarie e, quando si fanno, gli attrezzi vanno disinfettati fra una pianta e l'altra. Se un platano mostra rami che seccano improvvisamente e chiazze allungate di corteccia depressa, con il legno sottostante striato di viola o bruno, va segnalato al servizio fitosanitario regionale e non potato di propria iniziativa.

Quando guardiamo oggi un platano secolare in una piazza italiana, non stiamo contemplando solo un capolavoro della natura, ma un capolavoro della natura completato dalle mani dell'uomo. Ogni platano che ombreggia una panchina, che segna il confine di un giardino storico, che offre riparo nelle calde giornate estive, è il custode di una storia che attraversa tre continenti e quattro secoli. Non è arrivato qui per caso: è stato scelto, coltivato, protetto. Il platano racconta come l'uomo, nel suo desiderio di bellezza e utilità, abbia saputo creare qualcosa di nuovo e di duraturo, un albero che non esisterebbe senza il nostro intervento, eppure che oggi ci appare del tutto naturale, come se fosse sempre stato parte del paesaggio italiano.