Villa Carlotta, arroccata a Tremezzo sul lago di Como, custodisce una delle collezioni di rododendri più significative d'Italia. La fioritura primaverile raggiunge l'apice tra maggio e giugno, quando le sponde del Lario si tingono di viola, rosa antico, bianco e magenta. Questi arbusti ornamentali, oggi simbolo del giardino storico comasco, arrivarono in Europa dalla catena himalayana tra la fine del Settecento e l'Ottocento, quando i botanici europei iniziarono a esplorare sistematicamente le montagne dell'Asia meridionale in cerca di specie sconosciute.
Il nome "rododendro" viene dal greco rhodo, rosa, e dendron, albero: letteralmente "albero di rose". I botanici sistematici del Settecento assegnarono questo nome a piante che gli abitanti dei monti asiatici conoscevano da millenni. Le prime specie giunsero in Inghilterra intorno al 1750, trasportate da cacciatori di piante che affrontavano mesi di viaggio su percorsi montani impossibili, in condizioni di pericolo costante.
Villa Carlotta acquisì gradualmente la sua collezione durante l'Ottocento, quando i giardini storici italiani sulle sponde dei laghi prealpini diventarono meta di investimento paesaggistico da parte della nobiltà europea.
Da dove vengono i rododendri himalayani
Le specie più comuni nei giardini europei provengono dalle montagne del Nepal, del Bhutan e dell'India settentrionale. In quelle regioni, i rododendri crescono spontanei in foreste di rododendri puri, a quote tra i 2000 e i 4000 metri. A quelle quote la radiazione ultravioletta è molto più intensa, e le piante d'alta montagna accumulano nei tessuti pigmenti che funzionano da schermo: è una protezione, prima che un richiamo. Che poi quei colori risultino spettacolari ai nostri occhi è, in buona parte, un effetto collaterale.
Rhododendron arboreum, la specie arborea per eccellenza, può superare i dieci metri di altezza. Rhododendron simsii, dal fiore più compatto, non viene dall'Himalaya ma dalla Cina meridionale, ed è la specie da cui discendono le azalee che si comprano in vaso a Natale. Rhododendron ponticum, più rustico, arriva dal Caucaso e dalla penisola iberica: si adatta talmente bene ai climi atlantici che in Gran Bretagna e in Irlanda è diventato un'invasiva conclamata, capace di soffocare interi sottoboschi, e oggi si spendono soldi pubblici per estirparlo. Villa Carlotta ospita una collezione mista di ibridi e specie pure, selezionati nel corso di tre secoli di coltivazione nei giardini europei.
Quando sbocciano a Villa Carlotta
La fioritura inizia nel mese di aprile, ma raggiunge la massima espressione tra maggio e giugno. Il meccanismo, però, non è quello che si racconta di solito. I boccioli non vengono differenziati dal freddo: si formano l'estate precedente, mentre la pianta è in piena vegetazione, e il freddo invernale serve dopo, per togliere la dormienza e permettere loro di aprirsi al momento giusto. È una distinzione che ha conseguenze pratiche: un rododendro che d'estate resta a secco o si scotta al sole arriva alla primavera successiva senza fiori, per quanto miti siano stati i mesi in mezzo.
I boccioli, protetti da squame coriacee, restano tutto l'inverno bene in vista sulla punta dei rami: sono più grossi e tondi di quelli fogliari, e già a gennaio si può prevedere quanto sarà generosa la fioritura di maggio.
Quando la temperatura sale stabilmente sopra i 10°C, la crescita riprende. I fiori si aprono progressivamente nel corso di tre o quattro settimane, con una cascata di colori che procede dagli arbusti più vecchi verso i più giovani. In primavere piovose, la fioritura dura più a lungo. Se le piogge primaverili sono abbondanti e seguite da sole, i colori risultano particolarmente intensi.
L'eredità botanica del Lario
Villa Carlotta rappresenta una pagina della storia della botanica europea di cui pochi si accorgono passando in barca sul lago. Ogni rododendro che sboccia tra maggio e giugno custodisce il ricordo di una spedizione ottocentesca in montagne lontane, il diario di un naturalista che affrontò giorni di viaggio a cavallo per raccogliere semi, il lavoro di orticoltori che nella Londra vittoriana ibridavano le specie originarie con varietà domestiche.
I rododendri di Villa Carlotta non sono semplici fiori da ammirare.
Sono frammenti di una rete commerciale e scientifica che ha connesso l'Himalaya ai laghi italiani, che ha trasformato il gusto estetico della nobiltà europea e che continua, ancora oggi, quando decidiamo di coltivare un rododendro nel nostro giardino o in vaso. Ogni primavera, quando i boccioli si aprono, rievochiamo senza saperlo due secoli e mezzo di scoperte botaniche, di viaggi pericolosi e di selezione orticola. Il rododendro che fiorisce sul nostro balcone discende direttamente da quei semi raccolti sulle montagne asiatiche nel XIX secolo e propagati nei vivai europei generazione dopo generazione.
Un viaggio fino a Villa Carlotta tra maggio e giugno non è soltanto un'occasione per ammirare un'esplosione di colori primaverili. È un'occasione per toccare con mano una storia botanica che ha plasmato i nostri giardini e che continua a vivere in ogni pianta che coltiviamo.
Una nota sulla tossicità. Azalee e rododendri contengono grayanotossine in foglie, fiori e nettare: sono tossici per le persone e in modo grave per cani, gatti e cavalli, e l'ingestione di poche foglie basta a provocare vomito, debolezza e alterazioni del ritmo cardiaco. Anche il miele prodotto da fiori di rododendro può essere tossico. Le potature non vanno lasciate a portata degli animali.